Veglia

Giuseppe Ungaretti (1915)

La guerra trova mille modi per intromettersi nella storia dell’umanità. Viene sbandierata come necessaria difesa, prospettata come occasione di trionfo, giocata come sfogo degli istinti più bassi. La civiltà dei nostri giorni ha molti conflitti accesi, alcuni eclatanti, altri giudicati secondari. Non sono pochi gli esseri umani prigionieri di una retorica antica, quella che prospetta un mondo migliore dopo la guerra, dando per scontato che ne farà parte. Fino a quando sul campo di battaglia, il commilitone che fino a un minuto prima rideva o tremava al nostro fianco se ne va per sempre e impersona l’orribile maschera della morte. Il poeta vince l’orrore per quella “cosa” già priva di umanità che giace senza più voce al suo fianco facendo appello alla risorsa più potente, la capacità e la speranza di tornare ad amare.

Un’intera nottata
buttato vicino
a un compagno
massacrato
con la sua bocca 
digrignata
volta al plenilunio
con la congestione
delle sue mani
penetrata
nel mio silenzio
ho scritto
lettere piene d’amore

Non sono mai stato
tanto
attaccato alla vita

Cima Quattro il 23 dicembre 2015

Foto di copertina di Mike L su Unsplash

Fonti: Studenti.it, Salvatore Guglielmino, GUIDA AL NOVECENTO, Principato Editore, Milano, p.406

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