Traduzione e confusione

Spoiler: gli addetti ai lavori si annoieranno a morte, perché sto per riassumere la tipica litania di malintesi che scatta quando si annuncia di essere traduttori

Ai bei tempi, quando qualcuno proferiva di essere traduttore, discerneva nell’occhio dell’interlocutore una sincera ammirazione. Tale stupore compiaciuto era direttamente proporzionale al numero di lingue da cui il traduttore in questione era in grado di tradurre. Ma le cose sono cambiate. Oggi, al subitaneo stupore ammirato fa seguito sempre più spesso un sorrisino di sghimbescio della serie “ma tanto col google translator io mi arrangio benissimo”.

Dunque, dunque… tanto per cominciare il traduttore non è un interprete. Si nota soprattutto per il fatto che l’interprete resta chiuso in una cabina, oppure perché parla ininterrottamente all’orecchio di qualcuno secondo una pratica detta chouchotage, che non è una roba sensuale, anche se fa sudare parecchio. Il traduttore resta invece bloccato per ore davanti a uno schermo e scrive. Il Google translator di per sé è inqualificabile, ma direi che al limite serve per salvare la situazione in casi estremamente disperati, connessi con la sopravvivenza (tipo, al ristorante di un altro continente per spiegarsi col cameriere o per tradurre il menù).

“Quanti libri hai tradotto?” Non esistono solo i traduttori letterari. In un mondo felice, effettivamente tutti i traduttori riceverebbero un numero sufficiente di romanzi e poesie da tradurre per guadagnasi degnamente la pagnotta e bearsi tra rime e sonetti. Sarebbe la magnifica combinazione tra lavoro e arricchimento personale (quella di cui parlano tanto i pescecani del lavoro per farti accettare una mansione sottopagata). I magnifici traduttori letterari sono una categoria tra le tante. In verità i traduttori toccano tutto lo scibile umano, dal bugiardino dei medicinali ai macchinari per lavare gli spinaci. Hai comprato un giocattolo made in China e non sai come montarlo? Hai letto le istruzioni e hai creduto di aver perso la facoltà di comprendere un testo scritto? Poi ti spiego cos’è successo tra il testo originale e la presunta traduzione.

“Se sai l’inglese, allora mi puoi tradurre questo testo che lo devo mandare in America.” Alla risposta: “Chiama un traduttore di lingua madre inglese” lo sguardo dell’interlocutore si ferocizza. Ma come? Allora che hai studiato a fare? Per capire, soprattutto! In quanto persona, il traduttore ha vissuto la propria lingua fin dal momento in cui è stato partorito, per questo sa rendere un concetto, un dialogo o le istruzioni dell’apparecchio acustico comprensibile a chi ha vissuto la stessa realtà. Esistono effettivamente felici eccezioni di persone totalmente bilingue e che verosimilmente hanno parità di competenze in lingue differenti ma sono, per l’appunto, eccezioni. Detto in breve, io traduco verso la mia lingua madre.

“Ho studiato inglese fin dalle elementari, sono in grado di tradurre”. Sicuramente sei in grado di capire e, se ti arrangi bene a scrivere, produrrai un testo comprensibile. Ma gli inglesismi restano subdoli in agguato perché, se non la fai di mestiere la traduzione, ti accontenterai dell’idea generale e non lavorerai sul testo perché sì, tradurre è scrivere, cioè attivare tutta una serie di strategie che rendono il testo plausibile e coerente con il contesto.

I traduttori non spariranno, semplicemente arriveranno a guadagnare meno di un apprendista parrucchiere che fa la gavetta al lavateste

“Con l’avvento dell’Intelligenza Artificiale il tuo lavoro sparirà”. Effettivamente per le persone in preda ai pregiudizi di cui sopra è facile trarre questa conclusione. Ma, pensiamoci, quando hanno inventato i semafori, sono forse spariti i vigili urbani? I traduttori non spariranno, semplicemente arriveranno a guadagnare meno di un apprendista parrucchiere che fa la gavetta al lavateste. Ma questo è un argomento piuttosto pesante a cui vale la pena di dedicare altri post.

Non me ne vado, tuttavia, senza dare una risposta fantasiosa agli interrogativi riguardanti gli incomprensibili manuali della merce made in China. Da sempre si ipotizza che dietro ci sia una certa faciloneria nell’utilizzare mezzi di traduzione automatica, senza alcun controllo perché non c’è un’anima in tutta la fabbrica che parli la lingua di destinazione. Magari, secondo il metodo cinese, per traduzione si intende arrivare ad afferrare più o meno l’idea generale e che poi sia l’intuito del fruitore a fare il resto. Interessante. Potrebbe essere uno squarcio sul futuro linguistico di intere nazioni e un monito che dovrebbe indurci a riflettere sul progressivo e inesorabile impoverimento sintattico della popolazione. La IA farà di tutto e apparentemente meglio degli umani? Vero! Perché gli umani non saranno più in grado di leggere un manuale di istruzioni in quanto dovranno limitarsi a ricevere input dalle macchine. Ripeto è una risposta fantasiosa… per ora. Continuerà. (n.z.b.)

Testo: Nadia Zamboni Battiston

Foto di Brett Jordan su Unsplash

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